Del Flash Mob oramai crediamo di sapere tutto. Da quello di Michael Jackson all’ultimo della Diesel, chiamato erroneamente così (si chiama performance), molti di noi se ne sono già fatti un’opinione, classificandolo o nella “figata” o nella “noia più totale”. Sempre nuovo, già vecchio, deserto, festaiolo, banale, sorprendente: un flash mob non è mai uguale a sé stesso. Ah, per chi se lo stesse chiedendo, i due Flash Mob citati appartengono alla categoria “di successo”.
Anche alcuni brand si sono accorti della forza di questo evento. Ma quanto può un evento organizzato spontaneamente (almeno nelle intenzioni) diventare un’arma a doppio taglio? Sia chiaro, le sibille della comunicazione sono spesso talmente subdole da rendere l’evento di 4 gatti, un evento di successo. Basta fotografare in maniera giusta e gonfiare i risultati et voilà: il Flash Mob è pronto.
Mi perdonino gli uomini di marketing, ma la cosa non sta affatto così. Oramai la rete è abbastanza attenta nel fiutare immediatamente gli insuccessi. Tempo fa mi è capitata una cosa del genere: la comunicazione sulla rete era gonfiata, l’evento in sé (un frozen) era già così visto che non se ne poteva più, la finestra sui social era praticamente un comunicato stampa da agenzia. Il contrario di quello che un flash mob deve essere: spontaneo, originale e, per usare un inglesismo che ne sottolinea l’impeto desiderato, un breakthrough nella quotidianità.
La realtà è stata ben diversa: 15 coppie che partecipavano, qualche curioso, qualche fotografo del team che scattava in maniera furba. Un evento decisamente sfigato: in linea con l’essere frozen, si è congelato come comunicazione. Un buco nell’acqua organizzato per una sorta di brand awareness di cui non si ha avuto traccia, né online né offline.
Dopo il salto, l’intervista a Giorgio Marandola.